
Estratto articolo di Novella Spanò per ilSud Magazine:
“In nomine patris et filii et spiritus sancti..”
Sono queste le prime “battute” del “Gattopardo”, romanzo di Tomasi di Lampedusa, recitate dai componenti di casa Salina durante il rosario come una formula apotropaica che contenga innanzitutto l’antidoto al male, sia esso un male “interiore” o qualcosa di più funesto che venga da lontano a distruggere un’armonia secolare, un assetto dello spirito e della storia che si era creduto impossibile da scompaginare. Era l’odore di questa ferita che Visconti aveva sentito, giunto a Palermo nel 1962 per girare il suo “Gattopardo”, nella ricostruzione maestosa di un’epoca fatta tra Villa Boscogrande e il Castello di Donnafugata per approdare poi al cuore della città, la sala del settecentesco Palazzo Valguarnera – Gangi dove prende vita il famoso ballo che nel film occupa un terzo dell’intera durata, un tempo lunghissimo, quasi estenuante che prelude alla morte.

Migliaia di candele illuminarono la sala affinché l’elettricità fosse ridotta al minimo. Tra arazzi e oggetti finemente scelti, sulle note musicali del valzer che sostiene la scena, tramonta quel mondo di “leoni e giaguari”, in una nostalgica e decadente rappresentazione.
Di questo chiaroscuro ha vissuto e vive Palermo, nella memoria aristocratica ed elegante che via via si è mescolata al sangue dei vinti e alle voci forti della strada, tra i palazzi nobiliari accanto ai quali hanno dimorato mercati, botteghe, artigiani.
Tra le contraddizioni e le cadute, tra restauri e ripensamenti la città vive e rivive la sua storia,
affollata nelle ore diurne tra via Roma e Via della Libertà. Il segreto della sua bellezza sta
nascosto tra i vicoli di corso Vittorio Emanuele, negli angoli dei Quattro Canti, nelle piazzette che si aprono spesso silenziose la domenica mattina. Sono qui i più straordinari tesori.
Palazzo Gangi rifulge nella memoria cinematografica così come tra i palazzi del quartiere Kalsa, riconsegnati alla loro città.
Come sono stati riconsegnati Taormina e Noto, nel progetto sapiente di restauro che ne ha fatto luoghi di bellezza assoluta. Una giovinezza riconquistata che si fa eternità nel susseguirsi del tempo, un tempo sospeso che ha fatto da sfondo a “L’avventura”, il film di Antonioni qui realizzato nel 1960. La storia di una sparizione incomprensibile e di una ricerca che mette i protagonisti sulle tracce di qualcuno che sembra non esistere più, la nascita di un’attrazione sempre più forte che forse può dirsi amore lungo uno scenario, quello siciliano, che fa da contraltare silenzioso e vigile.
Una donna scompare a Lisca Bianca, al largo di Panarea. La natura sembra partecipare con tutta la sua violenza a questa mancanza misteriosa. Antonioni gira le scene sfidando la forza dei flutti e l’isolamento di un lembo di roccia in mezzo al mare. Non può esserci altro modo per amare quel luogo, accettarne umanamente le regole, farsi piccoli per accogliere tale grandezza. Tra Noto e Taormina è un peregrinare “circolare”, quasi senza meta, “nel mattino che dilaga d’araldico azzurro e d’oro”, incastrati tra la drammatica visionarietà del barocco e la classicità austera della pietra greca. Dall’alto, lo sguardo dell’Etna si posa sui protagonisti.
E’ forse questo il viaggio, l’idea della perdita di sè, dello svuotamento, del cammino religioso.
Lo straniamento è totale, i luoghi diventano tappe di un pensiero ancora labile.
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